Fondo di Garanzia PMI: arriva il conto salato per le banche che ne abusano

Il Fondo di Garanzia per le PMI è stato per anni una delle armi più potenti a disposizione delle imprese italiane per accedere al credito. Uno strumento pubblico che ha permesso a migliaia di aziende di ottenere finanziamenti anche in assenza di garanzie reali solide. Ma c’è un problema: alcune banche ne hanno fatto un uso così intensivo da trasformarlo in una stampella ordinaria, scaricando sistematicamente sul pubblico il rischio che dovrebbero valutare e gestire loro.

Ora arriva il conto. Un decreto firmato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e dal MEF introduce commissioni extra per gli istituti di credito che utilizzano il Fondo oltre determinate soglie. Non si tratta di un divieto, ma di un meccanismo progressivo che mira a scoraggiare la dipendenza strutturale dalla garanzia statale. E che, almeno sulla carta, dovrebbe riportare le banche a fare il loro mestiere: valutare il merito creditizio.

Il provvedimento dà attuazione ai commi 451–454 dell’articolo 1 della legge n. 207/2024, inseriti nella Manovra su impulso del Mef. L’obiettivo è duplice: contenere l’eccessivo ricorso alla copertura pubblica e rafforzare la sostenibilità finanziaria del Fondo stesso.

Come funziona il nuovo meccanismo

Per evitare effetti indiscriminati, è stata prevista una soglia di esenzione. Il meccanismo si applica solo quando l’importo garantito supera il maggiore tra:

  • il 30% dei finanziamenti complessivamente erogati dall’istituto;
  • un valore minimo di 200 milioni di euro di garantito annuo.

Sotto tali livelli, nessun effetto. Restano esclusi i Confidi e le operazioni di portafoglio.

Per gli intermediari che superano questi limiti, scattano due aliquote crescenti:

  • 0,5% sulla quota di importo garantito compresa tra il 30% e il 60% dei finanziamenti erogati;
  • 1,5% sulla parte che eccede il 60% del totale dei prestiti concessi.

L’impatto, dunque, cresce in funzione sia delle dimensioni della banca sia dell’intensità di utilizzo della garanzia pubblica. Più dipendi dal Fondo, più paghi.

Chi ci perde davvero: le simulazioni

Secondo le elaborazioni realizzate dal Gruppo NSA per conto de Il Sole 24 Ore, il decreto non produce effetti sostanziali per i piccoli istituti e per le banche che non superano i 200 milioni di euro di garantito annuo. Diverso il quadro per le realtà di dimensioni maggiori.

Nel caso di una banca con circa 650 milioni di finanziamenti complessivi, di cui 600 milioni assistiti da garanzia, l’aumento dei costi potrebbe arrivare fino al 64% rispetto alle commissioni attuali: da 2,2 milioni a 3,6 milioni di euro, con un aggravio di 1,4 milioni.

Per gruppi ancora più grandi, con 7 miliardi di prestiti totali e circa 5 miliardi coperti dal Fondo, l’extra onere stimato si attesterebbe intorno ai 7 milioni di euro, con un incremento vicino al 42% dei costi oggi sostenuti.

Considerato che i principali gruppi bancari — Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco BPM, MPS e BPER — coprono circa la metà delle garanzie pubbliche destinate alle PMI, le nuove regole potrebbero avere ripercussioni non trascurabili sull’ecosistema del credito.

Lo sconto per chi finanzia imprese più rischiose

Il decreto prevede però un meccanismo di attenuazione. Il premio aggiuntivo si riduce del 50% qualora almeno il 60% dei finanziamenti garantiti sia destinato a imprese classificate nelle fasce 3 e 4 del modello di rating MCC, ossia con un profilo di rischio più elevato.

Sul piano teorico la misura punta a incentivare il sostegno alle aziende con maggiori difficoltà di accesso al credito. Tuttavia, secondo Francesco Salemi, amministratore delegato di NSA, la soglia appare complessa da raggiungere nella pratica. Costruire un portafoglio fortemente concentrato su imprese in fascia 3 e 4 risulta infatti difficile alla luce delle attuali regole del Fondo e dei rischi connessi.

Per rendere effettivo l’obiettivo della norma, osserva Salemi, sarebbe necessario accompagnare il premio con un rafforzamento delle percentuali di copertura per queste fasce di rischio o per operazioni di liquidità a medio-lungo termine.

Il paradosso: disincentivare uno strumento nato per aiutare

Secondo Confcommercio, è positivo che il meccanismo premi le banche più attive nel sostegno alle imprese con maggiore bisogno di finanziamento. Resta però il paradosso di disincentivare, nei fatti, l’uso di uno strumento nato per favorire l’accesso al credito.

Sebbene sia formalmente vietato trasferire gli oneri aggiuntivi sulle imprese, l’eventuale traslazione dei costi sulle PMI risulta di fatto difficilmente verificabile. Per generare credito addizionale a beneficio dell’economia reale, la soluzione — secondo Vescina — dovrebbe essere una modulazione della garanzia in base al rischio, come già avvenuto in passato, piuttosto che un incremento di costi e complessità operative.

Cosa significa per le imprese

Il decreto non cambia formalmente le regole di accesso al Fondo per le PMI. Ma cambia gli equilibri. Le banche più esposte potrebbero iniziare a selezionare con maggiore rigore le operazioni da presentare con garanzia pubblica, privilegiando quelle con rating migliore o margini più alti.

Per le imprese, questo si traduce in una sola cosa: la qualità del dossier diventa ancora più decisiva. Non basta più “avere i requisiti”. Serve presentarsi con una struttura documentale solida, proiezioni credibili e una storia finanziaria coerente.

Punti chiave da ricordare

  • Nuove commissioni per le banche: chi usa il Fondo di Garanzia PMI oltre certe soglie (30% dei finanziamenti o 200 milioni annui) pagherà un premio aggiuntivo progressivo (0,5% fino al 60%, 1,5% oltre).
  • Impatto selettivo: le piccole banche e i Confidi restano esclusi. I grandi gruppi bancari potrebbero vedere aumenti di costi fino al 64% su alcune operazioni.
  • Sconto del 50% per chi finanzia almeno il 60% di imprese in fascia di rischio 3 e 4, ma la soglia appare difficile da raggiungere.
  • Obiettivo della norma: ridurre la dipendenza strutturale dalla garanzia pubblica e rafforzare la sostenibilità del Fondo.
  • Rischio paradosso: formalmente vietato trasferire i costi sulle PMI, ma di fatto difficilmente controllabile. Le imprese potrebbero trovarsi con criteri di selezione più rigidi.
  • Cosa cambia per le imprese: la qualità del dossier e la solidità della documentazione diventano ancora più determinanti per accedere al credito assistito da garanzia pubblica.

Serve una strategia per il Fondo di Garanzia PMI?

Le nuove regole cambiano l’equilibrio tra banche, garanzie pubbliche e accesso al credito. In questo scenario, non basta “presentare una pratica”: serve strutturarla nel modo corretto.

MD Capital affianca imprese e professionisti nella:

  • verifica preventiva della bancabilità;
  • strutturazione del dossier per operazioni assistite dal Fondo di Garanzia MCC;
  • simulazione dell’impatto delle nuove commissioni bancarie;
  • negoziazione delle condizioni con l’istituto di credito.

Se vuoi capire come le nuove misure possono incidere sulla tua operazione di finanziamento — e come ottimizzarla — puoi richiedere una consulenza gratuita preliminare con MD Capital. Analizzeremo il tuo caso specifico e ti diremo, con chiarezza, se e come intervenire.

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